La Tenuta non era condotta direttamente dall’arcivescovato, pur riservandosi l’uso della villa, ma era solitamente concessa in locazione a privati (uno dei primi contratti d’affitto è datato 13 novembre 1384). Da allora e per i successivi quattrocento anni, i terreni della Tenuta ecclesiastica furono sempre regolarmente concessi in locazione, fino al traumatico cambio di proprietà avvenuto negli ultimi anni del Settecento.
Dopo la Rivoluzione francese e in seguito alla calata dei francesi in Italia al seguito del generale Napoleone Bonaparte, che era entrato nei territori delle Legazioni pontificie il 18 giugno 1796, la città di Bologna venne occupata manu-militari. Il Bonaparte fece il suo ingresso il 20 giugno e si comportò immediatamente da generale occupante, convocando il Senato per comunicare che il governo pontificio non esisteva più e che affidava ai senatori il compito di amministrare la città ed il contado, previo giuramento di fedeltà alla causa francese.
Così il Senato pensò bene di pagare le contribuzioni mediante il sequestro di parte dei beni della Chiesa e a
tal fine (anche su ordine dei francesi) si decretò la soppressione degli Ordini ecclesiastici e l’incameramento dei loro beni. Tutte queste proprietà furono successivamente vendute dalle autorità demaniali o erariali agli stessi senatori o a commercianti ben provvisti di mezzi finanziari, che furono ben felici di contribuire al bene della Patria acquistando il tutto a costi sicuramente inferiori ai normali prezzi di mercato.

 
 

Anche le proprietà della Mensa arcivescovile furono sequestrate dal governo napoleonico ed entrarono nel novero delle vittime di questa colossale speculazione di Stato. L’11 aprile 1799 il signor Michoud, in qualità di curatore ed agente dei dominii francesi in Italia, procedette alla vendita di una larga parte delle proprietà confiscate, fra le quali la “Tenuta del Vescovo”, al cittadino Morcey, agente della Compagnia Bodin, per la somma di lire tornesi 442.745; in quell’epoca la Tenuta era composta da ben 11 possessioni (cioè poderi coltivati da coloni), 12 pezze prative (con coltivazioni di foraggi ed altro), 5 luoghi sempre composti da terreni coltivati, una pezza valliva detta “valle Lupria o valle Luprina” e dal complesso residenziale dei fabbricati della Tomba.
Dopo la vendita il complesso fu scorporato e la parte in Comune di Anzola fu valutata ben 218.885 lire tornesi e quasi immediatamente rivenduta al cittadino Lelli di Bologna.
Ma la gioia degli accorti affaristi franco-italiani non durò molto perché gli austro-russi, approfittando dell’avventura francese in terra d’Africa e dell’assenza di Napoleone, nella tarda primavera del 1799 affidarono al generale cosacco Suvorov il compito di contrattaccare ed
invadere il territorio della neonata Repubblica Cisalpina, scacciando i francesi anche da Bologna.
Il governatore austriaco di Bologna, barone Thugut, accogliendo le rimostranze della Chiesa per il sopruso subito dal precedente governo, ordinò la restituzione dei beni della Reverenda Mensa Arcivescovile anche in virtù del fatto che essa non era un ordine ecclesiastico ma un cosiddetto Fondo di religione ed il 15 gennaio dell’anno 1800 il cardinale Gioannetti potè rientrarne in possesso.
Però la storia corre in fretta ed il ritorno di Napoleone dall’Egitto comportò la riorganizzazione dell’Armata francese, la sconfitta degli austriaci nella battaglia di Marengo del 14 giugno 1800 e la conseguente rioccupazione della città di Bologna. Una delle prime conseguenze fu, come era logico aspettarsi, l’abrogazione delle disposizioni del provvisorio governo austriaco e la restituzione dei beni ai nuovi proprietari, compresa la “Tenuta del Palazzo del Vescovo” che il vecchio cardinale Gioannetti non ebbe il dispiacere di vedersi nuovamente sottrarre perché era morto l’8 aprile di quell’anno.
Quindi, in virtù di questi fatti, il cittadino Paolo Bernardino Lelli, del fu Pietro, residente a Bologna e di professione commerciante (o negoziante), si vide riconoscere dalle Autorità di governo la proprietà dell’ex Mensa arcivescovile e con lui ebbe inizio il periodo di proprietà privata che continua tutt’oggi.
La parte anzolese della Tenuta rimase integra fin quando visse il signor Bernardino Lelli, ma dopo la sua morte, avvenuta presumibilmente fra il 1829 e il 1830, la grande proprietà fu smembrata dagli eredi in pezzature poderali molto più piccole che nell’anno 1848 risultavano in possesso principalmente dei signori Gaetano Simoni (43,5 %) e Filippo Minghetti (34 %) ed il restante 22,5 % era intestato ad altri sei possidenti minori.
Da allora tutti questi terreni avranno vita poderale completamente autonoma e nel tempo
saranno ulteriormente divisi in altre proprietà sempre più piccole, con lavori di ristrutturazione e ripristino dell’antica villa che le daranno, esternamente, l’attuale aspetto.